Chiesa di Chora

Chiesa di Chora

Non più chiesa, né moschea, ma un museo frequentato da quei visitatori che non si accontentano dei “soliti giri”. Viaggiatori, non semplici turisti che, mossi dal desiderio di approfondire l’anima di Istanbul, si spingono fino alla Porta di Edirne (Edirnekapi) vicino alle mura della città, dove si trova il complesso museale della chiesa di Chora (Kariye Camii). Grazie all’opera paziente e meticolosa del Byzantine Institute of America negli anni ’50 del secolo scorso sono state restituite all’umanità le stupende decorazioni parietali di quest’antica chiesa bizantina del XIV secolo. In verità, l’edificio originario risale al VI secolo, ma fu nel ‘300 che conobbe il suo periodo di massimo splendore grazie al mecenatismo di Teodoro Metochites, uomo politico bizantino che scelse di trascorrere gli ultimi anni della sua vita in quest’antico monastero. Gli affreschi della chiesa di Chora raccontano in maniera assai evocativa le storie della vita di Maria, della giovinezza di Gesù e il tema della Salvezza. Poi, con l’avvento dell’Impero Ottomano questi dipinti furono coperti con legno e intonaco in ossequio ai precetti iconoclasti della religione islamica. Una circostanza, questa, che alla lunga si è rivelata felice, dal momento che ha garantito una migliore preservazione nel corso dei secoli di questi mosaici. Non così la chiesa che nel ‘300 doveva essere significativamente diversa dall’attuale. Ad ogni modo, la chiesa di Chora è un altro must see place di Istanbul seconda, per prestigio e bellezza, solo alla Basilica di Santa Sofia di cui abbiamo parlato all’inizio. Per maggiori informazioni visita il sito ufficiale: www.choramuseum.com (disponibile la versione inglese).

Gran Bazar

Gran Bazar

Con ogni probabilità Gran Bazar (Kapali Carsi, in turco) è il più grande mercato coperto al mondo. Parliamo di un’area di oltre 30.000 metri quadrati cui afferiscono più di 60 strade, con 17 porte d’accesso e 4000 negozi in cui si vende praticamente di tutto dai gioielli, ai tappeti passando per la ceramica e i generi alimentari. Insomma, perdersi è davvero facile anche se, a detta di molti, girare senza meta all’interno di questa vera e propria “città nella città” è un esercizio indispensabile per cogliere il genius loci di Istanbul. Il mercato ha origini antichissime, risalenti a Maometto II Il Conquistatore (Mehemet II) protagonista della capitolazione di Costantinopoli nel 1453. Nei secoli l’area mercatale si è estesa sempre di più assegnando a ciascuna corporazione il suo giusto spazio. Un ordine preciso cui bisogna far caso in mezzo alle decine di migliaia di persone che ogni giorno, tra turisti e residenti, frequentano la zona. Per gli acquisti non andate di fretta: una volta individuata una mercanzia interessante verificate prima che l’oggetto non costi di meno nelle botteghe successive. Da non perdere.

Torre di Galata

Torre di Galata

In apertura abbiamo accennato al “debito” che il turismo a Istanbul sconta con la dimensione religiosa. Non a caso, molte attrazioni sono edifici sacri che, per il loro fascino quasi magnetico attraggono ogni anno milioni di visitatori. Ma l’appunto vale anche per gli edifici civili. Come nel caso della Torre di Galata (Galata Kulesi), al centro dell’antico quartiere europeo di Beyoglu. Molte guide, infatti, suggeriscono di salire sulla terrazza panoramica di questa torre sul far della sera, in concomitanza con la chiamata alla preghiera. Il canto del muezzin, l’atmosfera crepuscolare e la vista dall’alto della città creano un effetto sbalorditivo destinato a rimanere a lungo impresso nella memoria di chi ha la fortuna di assistere a quest’esperienza. Poi c’è la storia. La Torre di Galata, infatti, fu costruita nel 1348 dai coloni genovesi di Costantinopoli allo scopo di avvistare eventuali presenze nemiche e organizzare per tempo la difesa del quartiere. Alta 66 metri nei secoli ha subito diversi rimaneggiamenti. Oggi, all’interno della torre, proprio sotto la terrazza panoramica, c’è un accorsato ristorante raggiungibile (come la terrazza) pel tramite di due comodi ascensori. L’ingresso costa circa 4 euro.

Cisterna di Yerebatan

Cisterna di Yerebatan

Si può riadattare una basilica addirittura in cisterna? L’ipotesi sembra inverosimile sia per il cambio di destinazione che per la mole di lavoro necessaria allo scopo. Eppure è successo davvero, perdipiù oltre mille anni fa. Costantinopoli aveva bisogno d’acqua e così l’imperatore Giustiniano decise di riconvertire in cisterna questa basilica romana che sorgeva in uno dei colli della città. Per realizzare l’invaso furono impiegati migliaia di schiavi che però si guardarono bene dall’eliminare il sontuoso colonnato interno all’edificio. 336 colonne di 9 metri l’una in uno spazio lungo 140 metri e largo 70 con una capienza stimata di 80.000 metri cubi d’acqua. Pochi numeri per capire la straordinarietà dell’opera che dopo la caduta di Costantinopoli attraversò un lungo periodo di oblio. Gli ottomani, infatti, prediligevano altre soluzioni di approvvigionamento, e per quanto inizialmente la cisterna servisse Palazzo Topkapi, col passar del tempo cadde in disuso. A scoprire questo luogo meraviglioso fu un archeologo francese, Petrus Gyllius, che dal 1544 al 1550 visse a Istanbul sulle tracce dei resti dell’Impero Bizantino. La Cisterna di Yerebatan (Yerebatan Sarnici) si trova poco distante dalla Basilica di Santa Sofia e, dopo la sua (ri)scoperta, ha subito diverse ristrutturazioni che però nulla hanno tolto alla magnificenza del luogo. Oggi questo sito sotterraneo è una delle attrazioni più visitate di Istanbul. La luce del crepuscolo, unitamente ai riflessi dell’acqua creano delle atmosfere assolutamente sui generis che senza dubbio meritano di essere immortalate. Da fotografare anche le teste di medusa collocate a supporto delle due colonne sul bordo nord-occidentale della cisterna. Se ne ignora ancora l’origine anche se ci sono pochi dubbi sulla funzione apotropaica delle stesse. Perciò, guai a dimenticare la macchina fotografica e, insieme a questa, indumenti adatti per affrontare l’escursione termica. Maggiori informazioni sul sito: yerebatan.com (disponibile la versione inglese).

Ponte di Galata

Ponte di Galata

In apertura abbiamo fatto riferimento al multiculturalismo come tratto distintivo dell’identità di Istanbul. Ebbene, secondo molti, il luogo migliore per cogliere quest’identità sospesa tra Europa e Asia è quello di attraversare un ponte. Per la precisione, il Ponte di Galata (Galata Koprusu), uno dei tre (gli altri due sono il Ponte Ataturk e il Ponte di Halis) ad attraversare il Corno d’Oro collegando la città ottomana (Bisanzio-Costantinopoli) con quella europea (Pera-Galata). Per capire il perché di quest’attribuzione, bisogna ricorrere alla storia: il primo Ponte di Galata, infatti, risale al VI secolo e fu commissionato dall’imperatore bizantino Giustiniano. Nei secoli successivi alla caduta di Costantinopoli, furono realizzati diversi progetti per la costruzione di un ponte di collegamento tra le due sponde del Corno d’Oro, ma bisognò attendere la metà del XIX secolo per la realizzazione del primo ponte moderno commissionato dalla madre (Valide Sultan) di Abdülmecid I, trentunesimo sultano dell’Impero Ottomano. Dunque, un arco temporale di 5 secoli in cui si è passati dai progetti di Leonardo e Michelangelo, commissionati a inizio ‘500 dal sultano Bayazid II, al ponte ottocentesco appena richiamato fino all’attuale ponte realizzato nel 1992 da un’impresa turca. Un ponte sollevabile, lungo 500 metri circa, a tre corsie e con due larghi marciapiedi occupati per tutta la loro estensione da numerosi pescatori “armati” di canne a mulinello. Infine, una notazione e una curiosità: occhio a non confondere il Ponte di Galata con i Ponti sul Bosforo. Sono quest’ultimi a collegare effettivamente Europa e Asia. La curiosità, invece, riguarda il progetto di Leonardo Da Vinci del 1501. A distanza di oltre 500 anni, il ponte disegnato dal genio fiorentino ha visto finalmente la luce: non a Istanbul, però, ma ad As cittadina norvegese a circa 40 chilometri da Oslo.

Museo di Archeologia

Museo di Archeologia

Poco distante da Palazzo Topkapi c’è il Museo di Archeologia di Istanbul. Si tratta di 3 diversi edifici (Museo di Archeologia; Museo dell’Antico Oriente e Padiglione Piastrellato) ciascuno però di fondamentale importanza storica. Nel museo di archeologia c’è il famoso Sarcofago di Alessandro Magno. La tomba, rinvenuta durante una campagna di scavi a Sidone, nel sud del Libano, raffigura le gesta del grande conquistatore macedone anche se, all’interno, è sepolto un altro individuo, tale Abdalonimo, re di Sidone nel 332 a. C. (pare, su impulso dello stesso Alessandro Magno). Il sarcofago di Alessandro non è l’unico reperto di un certo valore presente all’interno di questo complesso museale. Non va dimenticato, infatti, il Trattato di Pace di Kadesh, universalmente riconosciuto come il documento diplomatico più antico della storia dell’umanità. Questo trattato sancisce la pace tra Hattisili, re degli Ittiti e Ramesse II, faraone egizio. Considerando l’antichità della stipula, il 1259 a. C., ci si trova dinanzi a un vero e proprio capolavoro politico tanto è vero che copia dello stesso è esposto nella sede dell’ONU a New York. Ultimo, ma solo per ragioni espositive, il Padiglione Piastrellato (o Museo di Arte Islamica). All’interno, una ricca collezione di piastrelle e altre ceramiche utilizzate nella realizzazione delle diverse moschee cittadine. La conoscenza di questi reperti è perciò senz’altro utile nella visita alle numerose moschee di Istanbul.

Palazzo Topkapi

Palazzo Topkapi

Affacciato sul Bosforo, alle spalle della Basilica di Santa Sofia, Palazzo Topkapi (Topkapi Sarayi) è stato per oltre 4 secoli, fino alla metà dell’800, il centro nevralgico del potere ottomano. L’ubicazione sul mare non serviva solo a ribadire la supremazia dell’impero, ma anche a controllare il traffico marittimo in transito tra Mar Nero e Mar Mediterraneo. La visita della residenza porta via l’intera giornata, motivo per cui la maggior parte dei turisti si limita (si fa per dire) alla visita dell’Harem e del Tesoro Imperiale, rispettivamente nella Seconda e nella Terza corte (le corti sono in tutto quattro). L’harem, contrariamente alla vulgata, non era solo la stanza dei piaceri sessuali del sultano. Al contrario, egli conduceva qui la sua vita privata circondato da mogli, concubine e figura materna (Valide Sultan). Quest’ultima, l’unica ad avere libero accesso a tutte le 300 e passa stanze della struttura. Quanto al Tesoro Imperiale, invece, vi sono conservati abiti, armi e preziosi del sultanato. Si segnalano, a riguardo, il Pugnale del Topkapi e il Diamante Kasicki (86 carati). Per maggiori informazioni su orari, giorni di apertura e chiusura, modalità di visita e prezzi consultare il sito ufficiale topkapisarayi.gov.tr (disponibile la versione in inglese).

Moschea Blu

Moschea Blu

Proprio di fronte Hagia Sophia c’è Sultanamhet Camii, più conosciuta come Moschea Blu. Il nome deriva dalle oltre 20.000 piastrelle di colore blu che decorano la cupola e che, insieme alle 260 finestrelle che rischiarano l’edificio, danno vita a spettacolari giochi di luce specie sul far del tramonto. La Moschea Blu, a detta di molti la più bella di Istanbul, fu costruita tra il 1609 e il 1617 su mandato di Ahmet I. Attraverso la grandeur dell’edificio il sultano pensava di offuscare le complicate vicende diplomatiche e militari che in quegli anni impegnavano l’Impero Ottomano su più fronti. Considerata l’esosità dell’opera il sultano, per la prima volta nella storia dell’Impero, fece ricorso alle risorse pubbliche per finanziare il progetto affidato all’architetto di corte Mehmet Aga. Non fu l’unico strappo rispetto alla tradizione. Ce ne fu un altro, ben più importante, riguardo la costruzione dei minareti che, addirittura, pareggiavano in numero (6) quelli della Mecca. Così, per evitare accuse di sacrilegio, Ahmet I in persona finanziò la costruzione di un altro minareto alla Mecca in modo da riconfermarne il primato. Non è finita perché la Moschea Blu ospitava anche una scuola coranica (madrasa), un ospedale e una mensa per i non abbienti. Oggi, di quel progetto originario, restano solo la mensa e il mausoleo del sultano. La Moschea Blu è aperta alle visite esterne a patto, ovviamente, di rispettare i precetti islamici sull’abbigliamento: nessuna parte del corpo scoperta e per le donne l’obbligo del copricapo.

Basilica di Santa Sofia

Basilica di Santa Sofia

Chiese armene, ortodosse, protestanti, sinagoghe e tantissime moschee: pochi indizi, eppure sufficienti a capire quanto l’identità turistica di Istanbul sia debitrice della sua storia religiosa. La Basilica di Santa Sofia è l’emblema di questa sovrapposizione: costruita nel 537 per volere di Giustiniano questa chiesa è stata prima cattedrale cristiana di rito bizantino, poi cattedrale cattolica, poi ancora moschea e, infine, dal 1935, museo per volere di Atatürk, padre della Turchia moderna. È stato grazie a quest’ultima destinazione d’uso che l’impronta bizantina, particolarmente evidente nelle decorazioni parietali, è tornata alla luce. Per oltre 500 anni, infatti, dopo la conquista musulmana di Costantinopoli (uno dei nomi antichi della città insieme a quello, ancora precedente, di Bisanzio) tutte le decorazioni riconducibili a figure umane e altri zoomorfismi furono coperte coerentemente con l’approccio iconoclasta dell’Islam. La pianta basilicale, invece, rimase identica con l’aggiunta del mihrab, la nicchia per la preghiera ricavata nello spazio dell’abside maggiore, e del minbar, il pulpito destinato alle prediche dell’Imam. Tra le tante cose da vedere in quest’enorme “chiesa-museo” segnaliamo soprattutto i mosaici del X secolo che decorano l’abside maggiore e gli atrii che precedono i 9 ingressi. Il mosaico più famoso si trova proprio sopra la Porta Imperiale e raffigura Cristo Pantocratore. Hagia Sofia (Chiesa della Divina Sapienza), insomma, oltre a essere una delle attrazioni turistiche più famose di Istanbul è la chiesa più grande della cristianità antica. Cristianità che, però, “deve fare i conti” con la reislamizzazione della società turca spinta dal partito di Recep Tayyip Erdoğan, attuale presidente della nazione.

Fare attenzione al transito di biciclette e scooter

Fare attenzione al transito di biciclette e scooter

Non bastassero merci e persone ovunque, quando si passeggia in piazza o per i souq bisogna fare attenzione al continuo transito di biciclette, scooter e carretti. Fare attenzione significa soprattutto abituarsi al caos dopo l’inevitabile spaesamento iniziale. Per il resto, godetevi Marrakech.

Non vestire in abiti succinti

Non vestire in abiti succinti

Vale per l’abbigliamento quanto già detto per l’alcol. Magari nel villaggio, nel riad, nell’hotel prenotato (per la lista degli hotel consigliati clicca qui) vi sarà consentito pure girare in bikini, minigonna, pantaloncini aderenti, o qualsiasi altra forma di trasparenza, ma per strada è meglio evitare. Anche qui, soprattutto in prossimità delle moschee e degli altri luoghi sacri dell’Islam. Allo stesso modo è preferibile evitare effusioni in pubblico. Anche solo darsi la mano potrebbe dar fastidio, a meno che non si tratti di una situazione riconducibile al menage familiare.

Non scattare fotografie senza chiedere il permesso

Non scattare fotografie senza chiedere il permesso

Prima di scattare una foto nei souq o in piazza Jemaa el Fna, è sempre meglio chiedere il consenso al diretto interessato. Nove volte su dieci il permesso sarà accordato, ovviamente previa mancia. Gli abitanti di Marrakech hanno necessità di sbarcare il lunario e perciò tendono a lucrare sul fascino esotico che i loro abiti, le loro merci e soprattutto il loro modo di porsi, esercitano sugli occidentali. Nel caso di artigiani al lavoro c’è anche un’altra preoccupazione: quella, cioè, di venire espropriati delle loro creazioni, col timore che queste poi vengano riprodotte altrove. Insomma, poche storie: bisogna predisporsi a chiedere e soprattutto a pagare.

Non bere alcolici nei luoghi pubblici

Non bere alcolici nei luoghi pubblici

L’Islam, si sa, vieta il consumo di alcolici. Questo non significa che a Marrakech non se ne bevano. Soltanto bisogna evitare di farlo in pubblico, soprattutto in prossimità dei luoghi sacri. Perciò, se avete voglia di una birra, un bicchiere di vino o un superalcolico conviene informarsi preventivamente sui locali dove, invece, l’acquisto e il consumo di alcol sono consentiti. In alternativa si sta senza che di sicuro male non fa.

Hammam

Hammam

Per comprendere l’importanza dell’hammam nella cultura di Marrakech basti considerare che da qualche anno a questa parte c’è addirittura chi si diverte a fare il tour di questi locali in giro per la città. Ovviamente, ciò accade perché il significato turistico ha finito col prevalere su quello più autenticamente tradizionale che però ancora resiste in alcuni quartieri. Negli hammam pubblici, infatti, diversamente dagli “hammam spa” sorti negli ultimi tempi, ci si continua a lavare e massaggiare a terra. Il massaggio, che si effettua con un guanto ruvido e un particolare sapone nero, è il momento clou di questo vero e proprio rito di purificazione cui si sottopongono sia gli uomini che le donne. Ovviamente i locali sono rigidamente separati non essendo contemplata la promiscuità. Il consiglio, se si decide di entrare in un hammam pubblico è quello di portare con sè accappatoio e/o asciugamano e indumenti di ricambio. Viceversa, negli hammam più turistici e occidentalizzati i percorsi non solo sono più confortevoli ma, in molti casi ormai, sono interni alla struttura prenotata.

Essaouira

Essaouira

Sono in molti a ritenere che Essaouira sia il naturale complemento di una visita a Marrakech. A dividere le due città circa tre ore di autobus, ma sono decisamente molti di più gli aspetti che le uniscono. A cominciare dalle rispettive Medine: anche quella di Essaouira, infatti, è Patrimonio dell’Umanità UNESCO ed è famosa per le sue numerosissime botteghe artigiane. Non solo. Proprio come Marrakech, anche Essaouira ha registrato storicamente una forte presenza ebraica, per molti anni addirittura maggioritaria rispetto alla popolazione musulmana. La comunità ebraica ha contribuito non poco alla spiccata vocazione commerciale della città facendone crocevia di traffici con i porti di tutta Europa. Poi, però, il protettorato francese ha depresso l’economia locale e ci sono voluti anni per reinventarsi come località turistica. Hanno deposto a favore: la vicinanza al mare, la straordinaria bellezza della parte vecchia cui abbiamo già accennato e la radicata presenza gnaoua, i discendenti degli schiavi neri deportati nel Maghreb la cui musica scandisce le giornate di Essaouira, con tanto di festival internazionale il mese di giugno. Insomma, Essaouira val bene un giorno della propria vacanza a Marrakech. Non ve ne pentirete!