Vivara

Vivara

Poco distante dalla Chiaolella, al termine della salita di Santa Margherita Vecchia, c’è l’isolotto di Vivara. Una virgola di macchia mediterranea in mezzo al Golfo di Napoli che, dopo essere stata al centro di un lungo e complesso contenzioso, si avvia a essere di nuovo fruibile. Ovviamente, trattandosi di un gioiello naturalistico di inestimabile valore le visite avvengono in gruppi contingentati e secondo precise linee guida consultabili sul sito del comune di Procida (qui).

Dal punto di vista geologico l’isola è la parte emersa di un cratere sottomarino antecedente ai Campi Flegrei. Si tratta, quindi, di un territorio molto antico, come ben testimonia la sedimentazione di diversi materiali visibili lungo la linea di costa: ialoclastiti, pomici, ceneri, piroclastiti e tufo giallo. Dichiarata Riserva Naturale Statale nel 2002, Vivara è unita a Procida dalla condotta dell’Acquedotto Campano da molti erroneamente confusa con un ponte (avendone però tutte le sembianze).

Superata la condotta comincia un’escursione bellissima, in cui la prima cosa che salta all’occhio sono le dimensioni arboree di corbezzolo, mirto, leccio e carrubo. Altrove, infatti, costituiscono il sottobosco, mentre qui sono veri e propri alberi compensando, in questo modo, la scomparsa di molte altre specie vegetali a causa della presenza di numerose colonie di conigli selvatici.

Questi roditori furono introdotti dai D’Avalos, feudatari di Ischia e Procida alla corte aragonese, che utilizzavano Vivara per il proprio divertimento venatorio. Per fortuna, negli ultimi anni le cose sono un po’ migliorate: la presenza dei conigli si è fatta meno invasiva e questo ha consentito la ricomparsa di diverse specie vegetali: tra queste l’orchidea cimicina (nome scientifico Anacamptis coriophora) che dopo diversi anni è tornata a far capolino dalle parti di Vivara.

Numerose anche le tracce di architettura rupestre. Il primo reperto è la “Casa del Caporale”, una piccola costruzione così chiamata perché utilizzata dalla guardiania di Re Carlo III che, al pari degli altri regnanti, considerava i 32 ettari di Vivara suo esclusivo “casino” di caccia.

Ma non è finita: ci sono anche i resti di due fortini costruiti dai soldati di Gioacchino Murat, e di due edifici attigui appartenenti rispettivamente al Duca di Bovino Giovanni Guevara e ai fratelli La Chianca. Il primo edificio, risalente alla fine del XVII secolo, è una casa colonica costruita per il divertimento venatorio del nobile. Quelle dei fratelli La Chianca che, di Vivara furono a lungo i proprietari, sono invece costruzioni rurali tipiche del Mezzogiorno d’Itala con tanto di frantoio, palmenti, cisterne sotterranee e pozzi per la raccolta dell’acqua piovana.

In verità, c’è anche un altro edificio, sia pur mai finito. Si chiama “La tavola del Re” ed è opera del famoso ingegnere napoletano di origine inglese Lamont Young. L’immobile, come dicevamo mai ultimato, si trova sul versante meridionale di Vivara e dalla sua vanta una vista che definire spettacolare è poco: Capri e, poco oltre, il Castello aragonese sull’isola d’Ischia.

Insomma, Vivara è davvero uno scrigno pieno di tesori sia dal punto di vista naturalistico che storico-culturale. Recentemente, tra l’altro, è cominciata una campagna di scavi che idealmente si ricollega a quella portata avanti nel secolo scorso sull’isola da Giorgio Buchner, l’archeologo che con le sue scoperte ha contribuito a riscrivere la storia della Magna Grecia. I reperti rinvenuti e quelli tutt’ora emergenti, testimoniano un insediamento miceneo a Vivara. Una presenza, dunque, antecedente a quella greca che così tanto lustro ha dato al Golfo di Napoli, in particolare all’isola d’Ischia.